giovedì 4 luglio 2013

Monsignor Casuccio ne Le Parrocchie di Reagalpetra di Sciascia

L'arciprete Giovanni Casuccio non fu molto antipatico a Leonardo Sciascia. Lo scrittore intimamente anticlericale finisce col vedere quasi in positivo questo prete alto di statura magari per il gusto di stare in contrapposizione alla locale comunità ecclesiale che nutriva ripulsa verso codesto pastore di anime.
E cos' il primo prete con cui ci si imbatte leggendo le Parrocchie di Regalpetra è proprio lui. Tradizionale festa quella del Monte a Racalmuto, nel Santuario posto in alto vi si accede con una scalinata erta e piena di scalini sia pure a larga spianata. I muli con le provvisioni (un tempo quasi in esclusiva, ma ora soppiantati da fieri cavalli bardati) vi salgono veloci sospinti da grida e qualche frustata dai padroni. Un tempo, fino a qualche anno prima della pubblicazione delle Parrocchie, le bestie entravano per il gran portone, il tempo per depositare i sacchi di frumento delle "prummisioni" e quindi l'uscita per la porta fanza. Ma a metà degli anni '50 vi fu un divieto episcopale per l'entrata in chiesa degli animali. Apriti cielo, quasi una rivolta popolare. Vi si aggancia Sciascia per raccontare che " alla comunicazione del divieto furore di rivolta agitò i regalpetresi. Incerti, .... gli offerenti non sapevano che fare; ma gli spettatori sciolsero ogni dubbio - niente muli in chiesa, niente frumento." Noi invero la storiella la sappiamo un po' diversa. La minaccia vi fu ma venne subito concordato un compromesso: il frumento venne lasciato sul portone e i muli poterono ritornare indietro girando l'angolo della chiesa.
Sciascia mette sale su quella pustola e soggiunge: "manco a dirlo, la colpa del divieto fu attribuita all'arciprete ... perché il popolo ritiene che a far dispetto al paese, in materia di fede o di politica l'arciprete ci gongola". Anche qui dissentiamo: a me dissero che il divieto episcopale l'aveva sollecitato il nuovo rettore del Monte, l'arcigno padre Farrauto che comunque riscuoteva profondo rispetto presso i fedeli, specie al Carmelo ove era stato parroco. E fu proprio per questo che il popolo racalmutese, edotto delle ragioni del provvedimento, e per la stima riscossa da padre Farrauto, subito si conformò al decreto episcopale e lasciò solo borbottare i soliti tradizionalisti, tanto ciarlieri quanto negletti.
Sapido comunque Sciascia che così continua nel dileggio-difesa dell'arciprete Casuccio: "qualunque cosa crederebbero i regalpetresi  dell'arciprete, che tiene un harem o che mangia a bagnasale i lattanti, qualunque atroce cosa." Ma anche qui qualche piccola distorsione della realtà dei fatti. Certo l'arciprete Casuccio, pur così austero, quasi sosia di Pio XII, amato non era. E quanto a cose di sesso, a Racalmuto per ogni prete c'è un'aureola denigratrice. Ironici i più colti dicono che le donne sono attirate dalle tonache in cerca dell'uccel di Dio. L'arciprete Casuccio era un  bell'uomo e certo un tiaso di orsoline e qualche matrona d'alto bordo lo adoravano. Ma noi sappiamo, il tutto nei rigorosi limiti di quel che si chiama amore platonico. Forse nella primissima gioventù, l'arciprete Casuccio qualche peccato di prolifica lussuria ebbe a commetterlo. Così affermava un mio cugino contadinotto, che puntigliosamente annotava nel libro non scritto delle sue memorie illegittimi figli di preti nostrani.  Non gli abbiamo mai creduto.
Dicevamo che a Sciascia, Casuccio in un certo qual senso andava a genio; ecco un passo rivelatore: " e l'arciprete sa di portare cappa di martirio; ha avuto la vigna stroncata, i buoi rubati, lettere minatorie gli arrivano ed insulti; come i santi vengono raffigurati con gli elementi del martirio, l'arciprete di Regalpetra può entrare in una pala d'altare con in mano una lettera anonima."
Sciascia  ha penna fina, lascia il pettegolezzo e passa ad acute note rievocative: " l'arciprete di Regalpetra, cameriere segreto di Sua Santità e dunque monsignore, è un uomo piccolo e scuro [invero, il contrario: alto, persino di tratto aristocratico] le mani sempre congiunte a groppo sul petto, la testa alta come di chi si alza sulla punta dei piedi per guardare al di là delle cose che gli stanno davanti; buon suonatore di organo [non l'abbiamo mai visto strimpellare sull'harmonium che invece suonava la fedelissima donna Marietta] e buon parlatore [noiosissimo quanto incomprensibilmente lungo]; non ipocrita come lo giudicano, ché tutto quello che in lui si trova di sgradevole appunto nasce dalla sua incapacità di mistificazione.
Qualche volta ci incontriamo, e io metto a dura prova la pazienza di monsignore facendo cadere il discorso sulla Spagna, dove loro stanno benissimo, e su Peròn; monsignore si rifà parlandomi di Dio e consigliandomi edificanti letture, forse per la salvezza della mia anima prega, il pensiero che più appassionatamente pregherebbe se ci fosse modo di farmi arrostire su un bel fuoco di legna secca, mi dà un senso di sicurezza di tranquillità; con uno di questi preti nuovi comincio a sentirmi inquieto".

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Il mio paese visto da Accursio Vinti




Questa è una Racalmuto, né Regalpetra, né Rararmuto dei poveri, né Rachalkamuth  della diplomatistica vaticana, ma solo l' astratta visione di un grande estraneo: Accursio Vinti.
Accursio Vinti, fiero oggi di essere racalmutese a pieno titolo sia pure della Confina, è meritoriamente ai miei occhi corpo estraneo di questa terra contraddittoria, ostica, satura del sale di una intelligenza nichilista che annulla o di extrasistole sulfuree foriere anche di morte e di morte per lupara  anche se non assidua.
Accursio Vinti è immune di quei succhi gastrici che io la mia gente i miei più vetusti avi portiamo dentro iconoclasti ed ostili fin da quei tempi post arabi quando ci dissero liberi dalla tabe araba per venire assoggettati ad un normanno vescovo di nome Gerlando che per sé per il papa per Dio e per gli uomini tutti cominciò a tassarci e tutti ci spinse all'odio, al disaccordo, all'infamia, alla recrimonia alla gogna all'ignominia.
Noi Racalmutesi veraci amiamo tanto questa terra come capolavoro del Dio dei cieli tanto da dovere odiare l'opposto che l'Iddio creatore volle organare per dimostrare a se stesso di essere subito pronto a capovolgere il suo capolavoro e l'opposto noi crediamo i nostri vicini, i nostri compaesani, gli altri racalmutesi.
Frottola dire che Sciascia stravedesse per questo paese, che lo considerasse "il paese della ragione". Furbetti in vena di piccola gloria giornalistica se lo inventarono. Ingenui ne scolpirono la fonte non capendo e non capendo dileggiando.
La famiglia pur di locupletare alla memoria ignorò un espresso divieto testamentario e pubblicò carte che dovevano rimanere ascose, giovanilmente troppo scoperte e la famiglia inventandosi credo fuoco sull'acqua disvelò il vero astio sciasciano verso il suo paese natale. Ne abbiamo tracciato le linee di quell'ostilità in altra occasione per doverci qui ripetere. Aspettiamo solo smentite.
Quando per ovvie ragioni, per un insperato successo raggiunto, Sciascia dovette parlare bene di Racalmuto, disse di avere scritto per amore di un paese che noi sappiamo non amava. Ma un po' alla gesuitica maniera in cuor suo credette di non aver mentito perché l'amore lui l'aveva riversato su l'inesistente allegorica Regalpetra.
Ma fu reo confesso. Adirato con Pasolini che gli aveva dato dell'ipotattico, ma costretto alla stizzita adulazione, attorno agli anni Settanta, ecco come rabbercia la sua antica dissociazione  verso i racalmutesi, ormai tutto racchiuso nell'esclusiva e inaccessibile torretta della Noce con pochi selezionatissimi amici, nessuno dei quali racalmutese (meno i non significativi al riguardo Aldo Scimé o Carmelino Rizzo). Tanu Savatteri come vezzoso ragazzo di bottega invero un qualche accesso ce l'aveva.
" ... ho ricordato  la dura signoria dei del Carretto su un povero paese di Sicilia", e in tal senso, in questo cupo alveo storico  "h[a] ... racconta[to] qualcosa della vita di un paese che am[a] (?) e sper[a]  di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione." La lettera è alta e benigna, il succo gastrico è micidialmente astioso. Che Racalmuto sia stata una landa ove si è abbarbicata come "erba alla roccia" una vita né libera né equa, tout-court priva di razionalità, senza il culto della RAGIONE, a me non consta. Contesto.
Non contesta certo Accursio Vinti: con occhio in fondo benevolo, amorevole persino, onirico sognatore astratto moderno vede così Racalmuto. E Racalmuto così è canto, anche se dodecafonico, è sublimità cerulea, è creatura di un ombratile creatore, l'uomo di bronzo che fuma in piazza, quasi recalmutese tra racalmutesi, secondo un preteso (ma non accorto) realismo, come se fosse ancora vivo a passeggiare davanti le sedie dei galantuomini del paese, e che tutti mi (a me incredulo) dicono essere Leonardo Sciascia. Cercando di indovinare io sbagliai torre e chiamai castello chiaramontano quello che per l'Autore tale non era e  non seppi mostrare l'antitetico Castelluccio. Chiese e bigotte lasciano segni lineari contorti ma senza spessore, mafiosi sanguinari un po' di rosso lo lasciano, ma lo sguardo è gioioso, affettuoso. Una vista in positivo che l'estraneo può permettersi. Ma non vi nacque. Io vi nacqui e partiì lontano non per bisogno ma per trovare più ampio "spazio vitale", giusto come l'intende Forthoff.

mercoledì 3 luglio 2013

I miei contropensieri su Accursio Vinti, pittore astratto


Carissimo Accursio, ti prego di apporre i tuoi titoli sintetici alle condivisioni che sto facendo dei tuoi quadri. In modo particolare mi servirebbero i tuoi due dipinti su Racalmuto e su Avignone. Mi occorrono per i miei riferimenti storici. Da Avignone veniva l'arcidiacono per tosarci a noi racalmutesi fiscalmente nel 14° secolo d'accordo con il domicellus Chiaramonte. L'uno per toglierci la scomunica per il gravissimo peccato dei Vespri siciliani di cui i nostri antenati nulla avevano saputo: l'altro perché convinti che la mala epitimia che falciava le vite dei suoi coloni fosse dovuta alla vendetta divina per quel lontano esproprio ai francesi del feudo siciliano. Il Du Mazel aveva contato tutte le case di Racalmuto, le aveva trovate malconce (copertae palearum) non aveva trovato nessun CASTRUM. Ma non aveva avuto pietà. Tutti dovevano corrispondere l'obolo salvifico: tre tarì gli abbienti, due tarì la classe media; un tarì i poveri. Esenti e...brei, puttane de preti.
Ma ni si fece un censimento e non si applico l'imposta clericale secondo la vera rispondenza economica< racalmutese. Si andò a muzzu (come adesso, perché così apita quando a reggerci o a tassarci sono estranei vuoi avignonesi allora, vuoi rom ani, adesso). Un terzo per definizione erano ricchi, un terzo, mediani e un terzo poveri. Ad anticipare il tutto i sindaci e gli amministratori di allora. Bravi se poi riuscivano e recuperare. Non ho elementi per precisarlo. Ma pare che ora ci siano microstorici locali molto più talentuosi di me e quindi avremo da loro tra breve svelato l'arcano.
E l'artista, che astrato o iperrealista che sia, sempre ispirato dagli dei è magari in empiti di follia, cosa dice? Ecco il perché della mia strana postulazione. Grazie Accursio.,
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  • martedì 2 luglio 2013

    Lettera inevasa di diversi anni fa

    Carissimo presidente Baiamonte

    Ti invio una bozza del bando di concorso di pittura di cui ti ho parlato ieri.

    Ne ho già scritto a Guagliano e spero concordi.

    Che fare? Iniziamo con un manifesto sulla base della bozza che ti allego, la quale ovviamente potrà venire integrata con i suggerimenti che riterrai opportuni. La stesura definitiva del bando dovrebbe essere divulgata con i tanti blog e con ogni altro strumento mediatico.

    A chi l’ho prospettata, l’iniziativa è apparsa degna ed alquanto originale. Doveva lanciarla il Circolo Unione, ma un mio attuale dissidio mi spinge a levargliela.

    Affettuosità e auguri.



    Dottor Calogero Taverna


     

     

     

     

    Bando

    per un concorso di pittura






    in onore di Leonardo Sciascia


    Il Castello Chiaramontano di Racalmuto nella persona del suo direttore artistico Piero Baiamonte e la Pro Loco di Racalmuto nella persona del suo presidente Giuseppe Guagliano, indicono un concorso di pittura, possibilmente cromatica, per onorare Leonardo Sciascia e la sua opera giovanile, ispirata dalla Racalmuto degli anni ’50.

    L’opera prescelta è la raccolta di favole mordacemente localistiche quali sono le FAVOLE DELLA DITTATURA che possono gustarsi nell’originaria edizione numerata di Bardi (Roma 1950) oppure nella troppo compressa riedizione postuma del terzo volume edito da Bompiani o nei recenti tipi di Adelphi.

    L’artista interessato potrà far pervenire entro il 31 dicembre 2012 una sua rivisitazione di una o due favole sciasciane in piena ed assoluta libertà di espressione ed a qualunque scuola pittorica si voglia ispirare. Ma verrà preferita la lettura più consona alle opzioni estetiche dello Sciascia di quell’epoca, quali si evincono dal profilo di Santo Marino, pubblicato da Sciascia per Salvatore Sciascia (il n. 60 dei quaderni di Galleria edito nel 1963).

    A titolo orientativo si richiamano qui alcuni brani: "Il libro illustrato può anche essere bellissimo oggetto, spesso lo è … " Dicendo questo non intendo dare giudizio di merito". Ma occorre "…. Oltre che buon talento, una certa finezza di soluzioni, come ad esempio nel figurare … le similitudini" sciasciane.

    E noi pensiamo a quel "questa volta non ho tempo da perdere" del lupo per il "balzo" sopra l’agnello per "lacerarlo"; alle scimmie predicatrici dell’ordine nuovo; alla gabbia del canarino il cui canto addolcisce - si fa per dire - la vecchia noia del predace gatto gabbato: alla "lumaca [nel] mastello d’acqua rovesciato tra le pietre", durante l’ingannevole "notte diaccia", e via discorrendo.

    Con ciò bando al calligrafismo figurativo; vanno invece colti gli umori, gli spasimi del gramo vivere, le rabbie per premature dipartite di persone carissime, i ghigni ed i sogghigni della coeva Racalmuto sussunta a Regalpetra parrocchiale, pullulante di pretini come allora li faceva sfilare il pennello scarno di Caffè.

    A noi pare che quei succhi gastrici sciasciani, estetiche d’avanguardia saprebbero meglio coglierli. Ma anche noi cadiamo solo con in un "nostro pregiudizio". Libertà assoluta d’espressione, dunque: soltanto una lettura intelligente mentre si va dipingendo per tormenti pittorici magari chiari, magari aperti, magari immediati; eppure con un "segreto, come del resto l’opera di ogni artista vero, che tanto più anzi è segreta, esclusiva, come nell’intimità e continuità di un colloquio, quanto più appare aperta ed immediata."

    Ognuno legga quelle auree paginette di "galleria" e poi dipinga come vuole, con lo stile che ha prescelto, con il limite se ha una scuola che lo disciplina.

    Gli artisti dovranno segnare in cartigli di proprio gusto l’indicazione della favola prescelta con il solo numero della pagina dell’edizione Bardi 1950, astenendosi da citazioni più lunghe per non scalfire i diritti d’autore di cui a recenti vicende giudiziarie.

    Una commissione di cui faranno parte Agato Bruno di Vicenza, Patrizia di Poce di Roma, uno scultore o un cattedratico di Racalmuto, un membro della famiglia Sciascia (si spera), ed autorevoli personalità della cultura, indipendenti e disinteressate, stabilirà la scala dei valori assegnando al più ragguardevole degli artisti partecipanti un riconoscimento simbolico di non più di mille euro, non ripartibili.

    Gli artisti ritenuti rappresentativi vedranno esposti i loro lavori in una apposita mostra che verrà allestita nei prestigiosi locali del medievale Castello Chiaramontano. Gli Enti organizzatori potranno ricavarne immagini fotografiche per una pubblicazione con i profili degli artisti e con le note critiche di scrittori e giornalisti legati a Racalmuto ed a Sciascia. I quadri resteranno comunque di proprietà degli autori che ne disporranno in piena libertà (dopo il periodo della mostra), ricadendo ovviamente su di loro ogni rischio patrimoniale o peso assicurativo, se voluto.






    Racalmuto nel 1694

    • Secondo Baiamonte io possederei un archivio meramente fantomatico; insomma avrei un bel nulla. Oggi ho voglia di dimostrare il contrario. Mi si dice che per la quarta o quinta volta si stia mettendo mano (competente?) nell'archivio parrocchiale della Matrice. Questo è un archivio cui ho dedicato quasi un quarantennio di mie personali e non condivise ricerche. Trascrivo qui un piccolo stralcio dell'esodo di questa terra dei racalmutesi nel primo trimestre della annata agricola settembre 1694-agosto 1695. Riporto: data cognome nome paternità o parentela maternità età chiesa della sepoltura sacerdote officiante il rito funebre e le eventuali note che si rinvengono in quei preziosissimi registri che dopo secoli di conservazione da parte di diligentissimi sacerdoti archivisti non vadano dispersi per l'imprevidenza dei novelli custodi in abito talare.

      MORTI 1694 1707


      N.RO DATA NOME PATERNITA' O PARENTELA MATERNITA COGNOME TITOLO ETA' MESI GIORNI CHIESA SEPOLTURA SACERDOTE NOTE


      1 14.09.1694 GIOVANNA ANTONINO NICOLA GUELI 14 MATRICE
      2 18.09.1694 MARCO CALOGERO POTENZIANA RIZZO 7 MATRICE
      3 19.09.1694 MARIA GIUSEPPE FILIPPA LO BRUTTO 7 MONTE
      4 19.09.1694 ANNA MARIA PAOLINO SANTA NICASTRO di 3 CONGREGAZIONE TAU
      5 05.10.1694 IGNAZIO GIOACCHINO LEONORA PILATO 19 MATRICE
      6 05.10.1695 ANTONIA UXOR MATTHEI OLIVERI 70 TAU CONGREGAZIONE CASTROGIOVANNI VINCENZO 
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    •  7 09.10.1694 ELISABETTA UXOR Q. LUCIANI FARRAUTO A. LA CITIZA 60 MONTE CASTROGIOVANNI VINCENZO
      8 10.10.1694 LEONORA UXOR Q.GERLANDI MESSINA 60 MATRICE CASTROGIOVANNI VINCENZO
      9 10.10.1694 GIUSEPPE BARTOLO ROSALIA TROISI 24 MONTE ACQUISTA SANTO
      10 12.10.1694 VINCENZA ANTONINI Q. GERLANDA CAPIZZI TEZIARIA S. DOMENICO 45 S. MARIA IMPROVVISA MORTE
      11 14.10.1694 SANTA VINCENZO ANNA LA LATTUCA 18 S. FRANCESCO SFERRAZZA SALVATORE CAPPELLANO GRATIS PRO DEO
      12 15.10.1694 ANGELA NICOLO' CATERINA TROISI 4 S. MICHELE ARCANGELO
      13 23.10.1694 ANNA MARIA GIUSEPPE MARIA CURTO 1 MATRICE
      14 24.10.1694 RAIMONDO NATALE CATERINA CALAMERA 5 MATRICE
      15 28.10.1694 ONOFRIA NICOLO' GERLANDA MARTURANA CIUCIA 1 S. GIULIANO
      16 30.10.1694 ANNA MARIA GIROLAMO GAETANA CASTROGIOVANNI MASTRO 4 TAU CONGR.
      17 2.11.1694 FRANCESCA UXOR Q. VINCENTII BARBERI A. SURCILLO 64 MATRICE CASTROGIOVANNE VINCENZO CAPPELLANO
      18 2.11.1694 ISIDORA CRISTOFORO MARIA CASTRONOVO 2 MATRICE
      19 11.11.1694 VINCENZO FILIPPO MARIA BURZELLINO VUSCALAVITA 3 MONTE
      20 19.11.1694 ANTONINA UXOR Q. SIMONIS FALLETTA CARAVASSO 62 MATRICE CASTROGIOVANNE VINCENZO CAPPELLANO
      21 24.11.1694 ANNA VINCENZO GIOVANNA COLLURA 3 MONTE
      22 3.11.1694 GIOVANNA UXOR Q. MARIANI MULE' A. LO MONACO 65 MATRICE CASTROGIOVANNE VINCENZO CAPPELLANO GRATIS PRO DEO
      23 7.12.1694 NICOLO' CARLO VINCENZA MULE' FRACANZILLO 1 MONTE
      24 8.12.1694 VINCENZO Q. IACOBI VIR SANCTE MULE' 73 MONTE CASTROGIOVANNE VINCENZO CAPPELLANO
      25 17.12.1694 ELISABETTA DOMENICO FILIPPA SANCALOGIARO LAURICELLA 16 MATRICE CASTROGIOVANNE VINCENZO CAPPELLANO
      26 18.12.1694 LUCIA ANTONIA GASPARE ANNA DILIBERTO 4 S.ANNA DENOMINATA TAU
      27 20.12.1694 ANGELA GAETANO DIEGA GULPI 4 S. GIULIANO
      28 22.12.1694 LIBERTINO VIR JOSEPHE VELLA MAGISTER 70 MONTE SFERRAZZA SALVATORE CAPP.
      29 24.12.1694 SIMON VITO GIUSEPPE MARGHERITA VITILLARO 2 MONTE

       

    Totò Petrotto, SINDACO

    Qualche tempo fa al mio amico e contrastante Totò Petrotto, che contestava talune persone per le quali pur distanti da me nutro affetto e stima, tentavo di controbattere con visioni in qualche modo togliattiane. Torno a trascrivere alcuni passi di quella contrapposizione senza fine. Per incidens spero che le cose si mettano per Totò per il verso giusto entro il prossimo giugno in modo da portarsi e portarlo a sindaco di Racalmuto. Farò il suo agit-prop imprevedibile e irrefrenabile (come mio costume bankitalia) per spazzare via sagrestani e libertari, ex pastori ora moralisti, pizochere e aspiranti podestà.

    "so bene che le idee quelle che mi stanno a cuore le tollerano solo uomini con le gambe pelose, storte, spesso sporche, diciamo mefitiche. Io mi turo il naso e cerco di percorrere insieme qualche tratto dell'impervia via degli ideali di non comune digestione. E quando magari si radono la peluria delle loro deformi cosce, si raddrizzano, cominciano a vestirsi bene e si profumano anche e diciamolo diventano a titolo personale moralmente più lindi ma abbandonano le ide proterve per accodarsì alle mode moralistiche del momento, a me costoro non interessano più, non riesco più a camminare con siffatti compagni di viaggio.

    Mi si dirà: ma tu chi sei da arrogarti siffatti metri di valutazione? Uno nessuno centomila ... solo me stesso con tutti i limiti che madre natura e società con cui ho dovuto fare i conti nel mia lunghissima vita mi hanno cucito addosso".

    lunedì 1 luglio 2013

    Matteo del Carretto e la razzia del 1392 a Racalmuto



    Questa è una pagina importante della storia del mio paese ed anche dei Del Carretto. Sto aspettando di vedere come coloro che dicono di avere molto più puntualmente di me ricostruito la veridica storia dei del Carretto racalmutesi abbiano ricostruito questa inquietante razzia.
    ARCHIVIO DI STATO DI PALERMO - REAL CANCELLERIA - BUSTA N.° 28 - F. 117 VERSO

    [PRO UNIVERSIS HOMINIBUS LEOCATE ET ..]
    Dux Montis Albi etc.
    ...
    Fidelis etc. Novamenti cum querela e statu expostu a la nostra maiestati comu pasandu per lo vostru locu di Rachalbutu tanti homini di la Licata nostri fideli quelli di lu dictu locu qui tutti generalmente defrodaru e fichiruli assai dispiachiri per la quali cosa si ita est la nostra maiestati haviva causa di meraviglia et imperoki lu dictu delittu fu tantu manifestu ki pocu bisogna affanu di chircarisi che cumandamu ki con omni diligencia duviti fari constringiri quelli di lu dictu locu ki incontinenti divun restituiri tutti li cosi predicti a lu procuraturi di la presente per parte di li altri persuni per tali modu ki non perdanu cosa nulla e non sia bisognu ki la nostra maiestati cesaria ... plui di questu cosa boi (?) ki ... duviti .. per modu ki la loro pena sia terruri di ogni altru ki vulissi operari mali maxime quam li fideli e homini di la nostra persona. Date in Cathanie VIIII augusti XV ind. [1392] - Lo Duc.
    Dirigitur Matheo di Carrecto.